Le vie dell’iconografia cristiana.

Dal saggio di André Grabar all’esperienza personale

Gabriella Di Rocco

abstract

Dalla notte dei tempi l’uomo ha sentito l’esigenza di esprimersi attraverso l’arte e i suoi simboli. Pensiamo, ad esempio, alle magnifiche pitture in grotta dei nostri progenitori ‘paleolitici’ e così per lunghi millenni sino alle vette, certamente ancora insuperate, dei grandi maestri ed artisti greco-romani. Con l’avvento della nostra era, tuttavia, le nascenti comunità cristiane che man mano si andavano costituendo a Roma e in tutto il bacino del Mediterraneo – in particolare in Anatolia dove per primi i discepoli di Cristo furono detti ‘Cristiani’ – non sentirono immediatamente l’esigenza di codificare la nuova fede, il nuovo credo, mediante simboli e canoni iconografici. Solo a partire dall’inizio del III secolo d.C., dopo timidissimi e schematici esordi, nasce l’arte che noi definiamo propriamente cristiana; si diffondono forme di rappresentazioni sempre più elaborate che si iniziano ad intravedere nei piccoli, modesti contesti delle domus ecclesiae private e negli ambiti cimiteriali. Poi, a partire dal 313, in seguito alla liberalizzazione del nuovo culto ad opera dell’imperatore Costantino, l’arte cristiana risale in superficie dalle tenebre sepolcrali e inizia a ricoprire pareti, soffitti, absidi di grandi, ma anche di piccole basiliche, di palazzi episcopali e imperiali e di oratori.

Questo l’oggetto precipuo della nostra conversazione che avrà come guida e nume l’insuperato saggio del Professor Grabar (1896-1990) – Le vie dell’iconografia cristiana – che tanta fortuna ha avuto, e continua ad avere, in generazioni di studiosi e specialisti del settore.

Infine, una piccola nota autobiografica: l’esperienza diretta di un’apprendista iconografa che dall’ambito teorico e di studio ha abbracciato, con fatica e non senza difficoltà, la bellissima e complessa arte della pittura a tempera su tavola.