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L’Ordine Benedettino in Sicilia e il Monastero della Badia di Caccamo

 

L’Ordine di San Benedetto (in latino Ordo Sancti Benedicti) è una confederazione che riunisce congregazioni monastiche e monasteri autonomi che perpetuano l’ideale religioso del monachesimo benedettino in conformità con la regola e lo spirito di san Benedetto i monaci benedettini pospongono al loro nome la sigla O.S.B.
Le origini del monachesimo benedettino risalgono alla fondazione, intorno al 529 , del cenobio di Montecassino a opera di san Benedetto da Norcia.
La regola redatta da Benedetto per la sua comunità si diffuse rapidamente anche grazie al sostegno di papa Gregorio Magno e venne adottata, spesso accanto ad altre, da numerosi monasteri europei: si affermò definitivamente nell’ 817 , quando il capitolare monastico di Aquisgrana, di cui fu ispiratore Benedetto d’Aniane, la impose a tutti i monasteri franco-germanici.
I monasteri benedettini, tutti autonomi, iniziarono a riunirsi in congregazioni nel X Secolo. Nel 1893 papa Leone XXIII ha riunito le congregazioni e i monasteri benedettini in una confederazione sotto la presidenza di un abate primate residente nel monastero di Sant’Anselmo all’Aventino a Roma.
Le prime fonti che ci parlano della presenza dell’Ordine Benedettino in Sicilia risalgono intorno alla prima meta del 500’ D.C. quando San Placido venne inviato in Sicilia , da parte di San. Bendetto, a costruire un monastero, insieme ai monaci Donato e Firmato.
Giunto nell’antica Zancle ( corrispondente all’ odierna MESSINA) fonderà nei resti della vasta necropoli della città un primo cenobio benedettino dedicato a San Giovanni Battista, in nucleo originario dell’attuale chiesa di San Giovanni di Malta.
Di questo primo luogo di culto, edificato intorno al 535, rimane un capitello oggi custodito nel Palazzo della Prefettura. Il 5 Ottobre del 541 questo monastero verrà assalito da pirati vandali che avevano abbracciato l’eresia di Ario e quindi in odio alla Chiesa di Roma uccideranno i circa trenta monaci ed il loro abate San Placido. In questa carneficina verranno uccisi anche i fratelli dell’abate: Flavia, Eutichio e Vittorino.
Le monache del Monastero di Santa Maria della Mensa dell’Ordine Benedettino, che era dislocato fuori dalle mura della città, erano spesso oggetto di violenze e ritorsioni da parte degli Angioini nonché di incursioni barbaresche durante il secolo XVI.
La presenza dell’ordine nella città di Caccamo risale intorno ai primi secoli dell’anno mille, il monastero di monache benedettine ha cambiato all’interno del feudo di Caccamo numerosi sedi, l’ultima nel 1572 il grande Monastero con Chiesa annessa appartenente all’Ordine delle Benedettine sceglieva una ubicazione di privilegio in pieno centro storico avendo: da un lato la Chiesa di San Marco e dall’altro la Chiesa della SS. Annunziata, mentre dal prospetto si guardano sia la Madrice che una parte del Castello Medievale. Chiesa e Badìa formano un unico complesso segnato dalla fine dei lavori con una data 1748 riportata sul portale in pietra che riproduce scolpito l’emblema benedettino.
San Benedetto alla Badìa, di chiaro stampo settecentesco, è di pianta rettangolare con una sola navata senza cupola e l’altare maggiore rappresentava proprio la cappella di un convento femminile per fanciulle di famiglie benestanti tra le quali fu Suor Felicia Enriquez de Cabrera (1580-1615) morta in fama di santità.
Questo tempio, considerato da molti la più bella Chiesa di Caccamo è sicuramente una delle Chiese che viene maggiormente ammirata, è un autentico gioiello di arte barocca, è la tipica settecentesca “chiesa-salotto” armonioso compendio di quasi tutte le forme d’arte: il pavimento maiolicato, gli stucchi di scuola Serpottiana, l’altare in legno rivestito in lamina dorata, la cancellata in ferro battuto a forma di grande ventaglio, i marmi policromi, gli affreschi sulla volta e le tele degli altari laterali. Un monumento da esplorare palmo a palmo ed a tal fine – per nostra esplicita iniziativa – preghiamo i visitatori tutti di entrare a piedi scalzi per il rispetto verso questo Santuario considerato che all’interno è apparsa la Madonna il 29 novembre 1614 nonché per salvaguardare al massimo le piastrelle di ceramica nella speranza che in funzione di ciò le autorità competenti facciano tesoro del nostro appello e tengano in maggiore considerazione questo “gioiello” che tanti altri ci invidiano. Il piano di calpestìo della Chiesa è tutto pavimentato da piastrelle che compongono un eccezionale insieme di inusitate dimensioni: oltre 10.000 mattonelle (cm 18×18) che nel loro insieme rappresentano un: “unico esemplare dell’artigianato siciliano”.
Le maioliche, che decorano non solo il pavimento della Chiesa ma anche quello dell’abside, riproducono simboliche raffigurazioni di uccelli svolazzanti, grandi festoni di verde fogliame cosparso di fiori e frutta, paesaggi agresti, tramonti e panorami, animali e figure in un movimentato ritmo includendo grandi riquadri ove campeggiano paesaggi nonché mitiche e seminude figure in un motivo ornamentale vario e di magnifico effetto con originali disegni a colori vivaci a conferma delle più rinomate ceramiche siciliane come il bleu turchino, il giallo, il verde e l’azzurro.
Questa pregevole opera, il cui insieme è suddiviso in sezioni collegate tra loro da motivi ornamentali diversi quali: figure di angeli variamente atteggiati, intrecci e trofei, sarebbe stata attribuita a Nicolò Sarzana: “mattonaro di Palermo” (1700-1786).
Nell’ampio riquadro centrale (interamente riprodotto nella quarta di copertina) è raffigurata la tempesta: una scena che farebbe pensare all’arca di Noè che, dopo il diluvio, naviga verso un mondo che si rigenera. La grande nave a vela, sbattuta dalle onde fra gli scogli, tiene le persone che guardano dalla riva in grande apprensione. Pure un branco di cerbiatti rimane attonito. Gli alberi sono mossi ed inclinati dal vento, mentre su un fianco una torre domina l’intero paesaggio.
La scritta che troviamo sulla parte superiore del grande riquadro spiega il significato della rappresentazione allegorica: “CONCUTITUR NON OBRUITUR” cioè: verrà scossa ma non sarà sommersa. Pare che l’Autore abbia voluto fare espresso riferimento alla Chiesa cattolica nel senso che anche se vacillerà nei secoli, non sarà mai travolta dalle forze del male.
Per le monache di clausura questa allegorìa poteva avere un significato ancora più profondo nel senso che le stesse erano costrette a sostenere intimi travagli per far trionfare la loro fede.
Alla sommità del riquadro in prossimità dell’entrata troviamo invece un’altra scritta “ABSORBET NE ABSORBEANT” mentre nel riquadro riprodotto all’interno dell’abside, dentro un nastro ripiegato, leggiamo “FELICITATIS OMEN”: un messaggio teologico ovvero “augurio di felicità”.
Una decorazione così complessa dà senz’altro la misura delle eccezionali capacità realizzative dei “maiolicari” palermitani che certamente si saranno avvalsi dell’opera di valenti architetti progettisti.
Ma chi è l’autore di questo inestimabile “unicum artigianale siciliano”?
Nella prima metà del ‘700 fu attiva in Palermo una officina che probabilmente dovette fornire i mattoni per la Parrocchia di S.Antonio Abate. Fu questa l’officina di Don Nicolò Sarzana che nel 1751 fornì un grande pavimento di maiolica artistica alla Parrocchia della SS. Annunziata di Caccamo. Ciò risulta da documenti inediti attestanti che la Compagnia della SS. Annunziata, durante il governo dell’arciprete Sac. Filippo Gallegra, allorché decise di abbellire la Chiesa, invitò a Caccamo il Sarzana. Il 16 ottobre 1751 in Caccamo, presso il notaio Martino Cecala, venne stipulato il contratto che Don Nicolò Sarzana “mattonaro di Palermo” si impegnava a consegnare dal mese di maggio a quello di luglio 1752 i mattoni occorrenti per la Chiesa. A quell’epoca il Sarzana contava 50 anni allorquando s’impegnò di eseguire il pavimento della Chiesa della SS. Annunziata e pare che con la collaborazione del figlio Carlo si sia approntata in loco una officina in considerazione del rilevante numero di mattonelle (ben 25.000) che richiese la seconda parte del lavoro. Il Sarzana – indicato con il prefisso DON segno di riguardo in Sicilia – dovette essere un artista conosciuto ed apprezzato ed in attività fin dalla fine del primo quarto del secolo XVIII.
Finora è stata una ipotesi o in mancanza di altre attendibili notizie si è supposto che autore del pavimento della Chiesa di San Benedetto alla Badìa fosse stato il Sarzana su commissione datagli dalla Badessa Gallegra rimasta entusiasta dell’opera eseguita per l’Annunziata.
Noi invece siamo dell’avviso che il pavimento maiolicato di San Benedetto alla Badìa è opera di molto anteriore all’attività del Sarzana a Caccamo perché a quell’epoca il pavimento risultava esistente. Tra l’altro la sepoltura delle monache: posta al centro costituisce punto di convergenza della fastosa pavimentazione che per la bellezza del decoro e soprattutto per la grandezza è posta tra gli esempi più importanti dell’arte ceramica siciliana. E proprio la scritta della chiusura tombale scolpita su pietra fa capire che nel 1701 tale sepoltura fu concessa anche alle monache oblate che venivano associate nello stesso tumolo e decorate con la stessa corona evidente allusione al ricco pavimento maiolicato che corona all’intorno la sepoltura.
“Moniales oblatas – S – P – benedicti civitatis caccabi vita functas – mors non separat: sed hoc uno sociat in tumulo unaque condecorat corona 1701”.
“La morte non separa le monache del Monastero del Santo Padre Benedetto della città di Caccamo una volta abbandonata la vita, ma le associa in questo unico sepolcro e le decora insieme con una corona”.
Ne consegue che il pavimento di San Benedetto è anteriore al 1701 pertanto ne deduciamo che non dovrebbe essere attribuito a Don Nicolò Sarzana che proprio in quell’anno nasceva.
Gli stucchi di scuola Serpottiana raffigurano in questa Chiesa: la Castità e l’Obbedienza, le principali virtù monastiche delle benedettine che sono rappresentate da due eleganti damine del settecento vestite all’ultima moda con corsetti attillati e scarpine a tacco alto; la prima avvolta in un mantello, si appoggia con un senso di pudore ad una colonna, mentre l’altra tiene con la mano destra una lunga croce e stringe con la sinistra il giogo simbolo della dedizione.
Nella lunetta del cornicione dell’abside dell’altare maggiore è da ammirare anche la “Cena di Emmaus”. Gli stucchi, per quanto si possa essere tratti in inganno dalla “sirpuzza” con la quale il Serpotta siglava le sue opere, appartengono a Bartolomeo Sanseverino uno dei suoi migliori discepoli che finita l’opera nel 1756 pare che – in segno di devoto omaggio – abbia voluto dedicare la stessa alla scuola ed all’opera serpottiana firmandola con il simbolo usato dal grande Giacomo.
Dai due lati dell’abside si aprono due larghe finestre protette da grate reticolari dietro le quali le suore, dalla stessa posizione del celebrante, potevano seguire le funzioni religiose. Sulla finestra di sinistra una decorazione lignea delimita una cornice, piccolo capolavoro decorativo, attraverso la quale le benedettine ricevevano la Comunione mentre più avanti – attraverso una lastra bucherellata ed incassata nella parete – avveniva la confessione. Un altro sistema attraverso il quale le suore di clausura ricevevano offerte, alimenti, indumenti era la “ruota” in prossimità dell’altare maggiore”.
Il complesso ligneo dello stesso è del secolo XVIII: le sculture e le statuette riprodotte sono rivestite da lamine in oro zecchino; sotto l’ampia arcata centrale è raffigurata l’Assunta, in basso si ammirava la statua di San Benedetto lateralmente al quale si notavano quattro statue di sante benedettine.
L’opera più imponente è costituita da una grandiosa cancellata in ferro battuto che va dalla balaustra del matronèo fino alla volta della Chiesa. L’architrave in legno che sorregge la parte superiore della grata di ferro battuto a forma di ventaglio reca una scritta rivolta alle suore: “ORATE PRO ME”. L’insieme rappresenta un meraviglioso manufatto di inestimabile valore che separa il confine monastico dagli sguardi dei fedeli esterni, un incomparabile diaframma tra il mondo religioso e quello laico e non meno artistiche sono le altre inferriate, a motivi ornamentali diversi, delle finestre che dagli ambienti dell’antico Monastero si affacciavano nella Chiesa.
Su entrambe le pareti laterali della Chiesa si ergono due urne funerarie e perfino in esse troviamo una eccezionale preziosità ed una raffinata eleganza in quanto realizzate con la tecnica dei cosiddetti marmi mischi policromi incorniciati da morbidissimi stucchi che rappresentano dei tendaggi sollevati.
Tutti gli affreschi sono di Antonio Petrigna: il più complesso come composizione è quello che raffigura il trionfo di San Benedetto nel centro della volta centrale ed è datato 1.735.
In questo dipinto l’autore ricorre ad un espediente spettacolare per aumentare l’effetto tridimensionale della pittura: con trovata di gusto tipicamente barocco fa fuoriuscire dalla volta la gamba (dal ginocchio al piede) e la parte terminale della lancia di un soldato dipinto in primo piano, realizzandoli in stucco e poi colorandoli in maniera così perfetta da non riuscire a distinguere là dove finisce la pittura ed inizia la scultura.
All’interno della Chiesa si conservavano sui quattro altari laterali delle pregevoli opere pittoriche: l’Immacolata Concezione di Vincenzo La Barbera eseguita nel 1613 a spese di suor Cristina Perugia; di fronte la tela della Madonna della Neve con i Santi Stefano e Lorenzo Martiri attribuita ad Antonio Spatafora del secolo XVI attualmente presso la soprintendenza per i beni culturali ed ambientali di Palermo che ne sta’ curando il restauro assieme ad un’altra tela del 1632 attribuita al Quaresma riproducente il Crocifisso con i Santi Benedetto e Scolastica; la quarta pittura del secolo XVII raffigurava l’Estasi di San Benedetto.
Suor Felicia Enriquez de Cabrera nata nel 1580 si fece monaca del Monastero di San Benedetto a 14 anni contro la volontà dei suoi cari che volevano entrasse in un convento più ricco ed insigne; ebbe come maestra suor Benigna Stanfa.
Per 12 anni soffrì di un tumore al palato superiore del quale guarì miracolata a seguito dell’apparizione della Madonna all’interno della sua cella assieme a S. Luigi Gonzaga e S. Vincenzo Ferreri la quale, toccandola delicatamente sulla guancia, la guarisce. Per ricordare il miracolo, da quel momento venne fatta ardere una lampada e molte persone che si sono unte con l’olio della stessa hanno ottenuto tante grazie.
Il miracolo è riprodotto in un quadro del XVII secolo il cui originale, per motivi di sicurezza, si trova all’interno della Chiesa della SS. Annunziata.
La suora muore in odore di santità all’età di 35 anni nel 1615 e viene sepolta al lato destro dell’altare maggiore ma non si trovano più le sue spoglie.
Da un manoscritto si evince che a 30 anni dalla morte il suo corpo venne riesumato e nello stesso momento si notò un intenso profumo di miele, la guancia denotava un solco prodotto dal contatto provocato dalla Madonna nel momento in cui la miracolava ed infine il velo che la copriva anziché essere di colore nero, per come si addiceva alle suore Benedettine, era invece bianco: simbolo di purezza e di candore. Tutto ciò giustifica la profonda devozione verso la Madonna del Dormitorio che si venera in questo Santuario il 29 novembre.
Il patrimonio culturale custodito all’interno del Convento delle Benedettine e raccolto nell’arco dei secoli, andò perso a causa di una legge del 1866 con la quale venivano soppressi gli ordini monastici e chiusi pertanto anche i conventi di Sant’Agostino, San Domenico e San Francesco d’Assisi.

 

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Neolitico, alla luce degli ultimi ritrovamenti archeologici, preistoria o storia? – Mercoledì 14 aprile 2021 ore 21.00

 

Il Neolitico è il periodo preistorico che fa seguito al Mesolitico e termina con l’età dei metalli. Si contraddistingue per le notevoli innovazioni litotecniche, per l’uso della levigatura nella lavorazione della pietra, ma soprattutto per i sostanziali mutamenti nel modo di vivere dell’uomo. Il più importante di questi mutamenti è costituito dal passaggio da un’economia basata principalmente sulla caccia e la raccolta, ad un tipo di economia produttiva basata sull’agricoltura e l’allevamento degli animali. Infatti, intorno alla metà dell’VIII millennio a.C.si giunse alla coltivazione di cereali in una vasta zona compresa tra l’Anatolia orientale, il nord dell’Iraq, la Palestina e l’ovest dell’Iran. Tra gli animali, la prima ad essere addomesticata fu la pecora intorno al 9.000 a.C., il maiale agli inizi del VII millennio a.C., il bue risultava già presente come animale domestico alla metà del VII secolo a.C. nella regione della Tessaglia. Tra il VII ed il VI millennio, queste innovazioni raggiungono anche l’Africa del nord iniziando a diffondersi anche in Europa. Nelle epoche precedenti e anche successive al Neolitico, i contenitori necessari alla vita quotidiana, venivano generalmente costruiti con materiali deperibili quali legno, vimini, pelle, ecc. Purtroppo, solo eccezionalmente ed in condizioni territoriali particolari possono essere rinvenuti durante gli scavi oggetti prodotti con questi materiali. Con l’invenzione della ceramica avvenuta nel Neolitico, e grazie alla resistenza di questo tipo di materiale, viene consentito di seguire l’evoluzione, gli scambi, i gusti e le mode degli uomini vissuti in quel periodo. La ceramica costituisce infatti il miglior strumento per riconoscere e suddividere le varie culture neolitiche. Gli insediamenti assumono dimensioni sempre maggiori e divengono più stabili. Per ricavare maggiori porzioni di terreni coltivabili in zone boschive, si procedeva con il disboscamento tramite l’incendio di una parte di bosco. Le prime piante commestibili coltivate nel Neolitico furono il grano, il miglio, l’orzo e in epoca successiva le fave, i piselli, le lenticchie ed il lino. Inizialmente per la semina si usava praticare dei fori sul terreno utilizzando delle zappe realizzate in pietra o in corno e, successivamente con i primi tipi di rudimentali aratri. Per mietere venivano adoperati dei falcetti composti da un supporto in legno nel quale erano inserite una serie di lamette di selce. I semi ricavati dalla trebbiatura, venivano successivamente frantumati utilizzando macine in pietra e pestelli, divenuti utili indicatori della pratica agricola. Parte del tempo veniva dedicata all’accudimento degli animali, all’edificazione e alla costruzione delle capanne, oppure al confezionamento degli abiti in pelle. La tessitura della lana e delle fibre di lino è testimoniata dal ritrovamento di fusaiole e pesi da telaio, che comparvero solo sul finire del Neolitico. Nello stesso periodo apparirono le asce levigate; esse erano ottenute da ciottoli in pietra verde levigata con sabbia e acqua al fine di ottenere un lato tagliente. La selce con la quale venivano fabbricati gli utensili da taglio proveniva molto spesso da luoghi situati lontano dagli abitati. Ciò fa pensare che molto probabilmente esistevano dei gruppi di cavatori che si dedicavano esclusivamente all’estrazione ed al commercio di questa materia prima. A partire dal V millennio a.C. si sviluppa il commercio dell’ossidiana, un materiale estremamente prezioso in quel periodo e dal quale si ricavavano lame estremamente taglienti. Questo vetro vulcanico veniva estratto da giacimenti presenti solo in poche isole: le Eolie, la Sardegna, l’isola di Pantelleria e Ponza nell’attuale territorio italiano e sull’isola greca di Melos in Egeo. La sua diffusione investe tutta l’Europa preistorica. Con l’analisi delle sue componenti si può risalire alla regione di provenienza e di conseguenza diventa possibile disegnare una mappa degli scambi e dei contatti avvenuti. Durante il Neolitico veniva praticato dalle popolazioni neolitiche mediterranee, il culto di una divinità femminile, il culto della fertilità. Già praticato dalle popolazione del Paleolitico Superiore, stava a simboleggiare la fecondità non solo umana ma anche della terra. Numerose statuette con sembianze femminili e denominate Veneri, sono state rinvenute nella maggior parte dei siti neolitici mediterranei. Mentre nelle epoche precedenti del Paleolitico e del Mesolitico i morti venivano sepolti in posizione supina, nel Neolitico venivano sepolti adagiati su di un fianco, quasi in posizione fetale. Nel Neolitico antico, le sepolture sono prive di corredo funebre e deposte in semplici fosse scavate nel terreno. Nel Neolitico più recente il corpo veniva deposto in una specie di cassa realizzata con lastre di pietra o in una fossa delimitata da pietre disposte in circolo. La struttura degli abitati neolitici mostrano notevoli diversità dovute, oltre che dal tipo di organizzazione socioeconomica dell’insediamento, anche dalle condizioni ambientali e geomorfologiche del sito prescelto. Nell’Italia settentrionale solitamente le comunità erano composte di pochi elementi, mentre nel centro e nel sud erano più numerosi. Solitamente, in pianura venivano scelti i terreni più elevati al fine di permettere un più veloce scorrimento delle acque piovane sia dal centro abitato che dai campi coltivati. Il Neolitico Medio segna la nascita della cultura detta dei Vasi a Bocca Quadrata, intorno al IV millennio a.C., che ha il proprio sviluppo in tutte le regioni dell’Italia settentrionale. Sulla base dei diversi stili e delle decorazioni della ceramica, essa viene suddivisa in tre fasi cronologiche: l’Antica, che presenta decorazioni graffite o leggermente incise; la Media, con decorazione excise con motivi a spirali e meandri; la Finale, con decorazioni impresse e incise. Quest’ultima fase è limitata unicamente all’est della Lombardia, e al Triveneto, mentre le altre regioni settentrionali sono ormai interessate ad una nuova fase culturale detta Cultura della Lagozza. Considerata di provenienza occidentale per via delle affinità con le contemporanee culture sviluppatesi in Francia ed in Svizzera, viene inquadrata cronologicamente nel Neolitico Superiore. I caratteristici vasi in ceramica levigata di colore nero lucido, sono spesso privi di anse e talvolta dotati di prese a tubercoli forati. L’affermarsi di questa cultura coincide con i primi secoli del III millennio a.C. e la sua durata varia a seconda delle zone di espansione.

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Il cibo come patrimonio della comunità – Mercoledì 7 aprile 2021 ore 21.00

 

 

La conferenza inquadra il cibo e la gastronomia quale patrimonio materiale ed immateriale di una comunità capace di esprimere il nesso natura-cultura caratterizzante la specificità di una comunità. In tal senso, sulla base dell’esperienza di ricerca, si evidenzia come valorizzare questo patrimonio, introducendo nello specifico le azioni svolte dall’Università degli Studi di Scienze Gastronomiche

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I 44 di Unterlüss: gli ufficiali IMI che sfidarono i nazisti

 

Dopo l’8 settembre 1943, soldati e ufficiali dell’Esercito italiano vennero posti di fronte alla scelta di continuare a combattere nelle file dell’esercito tedesco o, in caso contrario, essere inviati in campi di detenzione in Germania. Solo il 10 per cento fu favorevole, gli altri vennero considerati “Internati militari” e non prigionieri di guerra (per non riconoscere loro le garanzie delle Convenzioni di Ginevra) e dall’autunno del 1944 alla fine della guerra vennero rinchiusi in campi di concentramento, spogliati della divisa, affamati, umiliati. Dice di loro il noto giornalista Aldo Cazzullo “costretti al lavoro coatto in condizioni disumane, un gruppo di ufficiali protesterà incrociando le braccia, sfidando la Gestapo tra la vita e la morte. Da questa schiera uscirono 44 volontari, per sostituirsi a 21 compagni scelti per una decimazione dimostrativa. Saranno puniti con la detenzione presso Unterlüss, campo degno di un girone dantesco … Ho avuto la fortuna di incontrare uno dei quarantaquattro al Quirinale, nel Giorno della Memoria. Si chiama Michele Montagano, è un personaggio straordinario”

E il dott. Michele Montagano, che la SIPBC Molise si onora di avere come socio, parlerà della sua dolorosa e incredibile esperienza, quando da ufficiale degli Alpini visse la prigionia, schierandosi contro i tedeschi dopo l’Armistizio del 1943.

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Introduzione alla Protezione dei Beni Culturali

 

Problemi sociali e climatici, criminalità organizzata, conflitti armati. Questi sono solo alcune delle possibili minacce che singolarmente o congiunti possono esporre i luoghi della cultura al rischio di essere danneggiati o depredati. Ma come si possono mitigare, gestire o prevenire questi rischi?

Il workshop online “Introduzione alla protezione dei beni culturali” si focalizzerà su quali sono le minacce che possono colpire il settore dei beni culturali, in che forma queste si manifestano, e quali sono le azioni da intraprendere per gestire le situazioni di rischio aiutando a prevenire danni e/o perdite irreparabili al patrimonio culturale.

Grazie ai contenuti trattati, supportati da casi studio e alcuni esercizi pratici, i partecipanti acquisiranno una maggiore comprensione e conoscenza dei seguenti aspetti:

  • Minacce, quali sono e come riconoscerle
  • Metodologie d’attacco
  • Consapevolezza situazionale
  • Metodi di sorveglianza
  • Efficaci prassi operative

Offerta speciale per i soci SIPBC

Sul costo di £ 60 (€. 69,95) uno sconto speciale è stato riservato per i soci della SIPBC che fossero interessati a iscriversi al workshop. Un codice promozionale sarà inviato tramite email a coloro che manifesteranno il proprio interesse a partecipare all’evento scrivendo a info@sipbc.it

Destinatari

Questo evento è particolarmente indicato per curatori e assistenti, personale d’accoglienza, sorveglianti, guardie museali, volontari.

Particolarità del workshop

Questo programma è stato certificato dall’ente Servizio di Certificazione per il Continuo Sviluppo Professionale (Continous Professional Development Certification Service – CPD). Questo significa che il contenuto e la struttura del workshop sono stati valutati e approvati per aver rispecchiato i criteri necessari a garantire lo sviluppo professionale di individui che operano nel settore dei beni culturali.

Al termine dell’evento, un attestato di partecipazione verrà rilasciato a tutti i partecipanti tramite email.

Relatore

Valentina Sabucco gestisce la programmazione e sviluppo di corsi incentrati sulla protezione dei beni culturali, e fornisce consulenza a istituzioni culturali su come progettare o implementare i loro sistemi di sicurezza da un punto di vista fisico, tecnico, ed operativo. Lavora come consulente presso la Trident Manor Limited, un’organizzazione specializzata in servizi di consulenza sulla sicurezza e gestioni rischi, con sede a Darlington (UK) ma operante in tutto il mondo. E’ social media manager dell’International Arts and Antiquities Security Forum, collabora con Kermes Restauro, ed è membro di ICOMOS Italia. Laureata con il massimo dei voti all’Università Cattolica di Milano con una tesi in lettere classiche, ha poi conseguito un Mater of Practice (MPrac) in Heritage Studies presso l’Università di Newcastle upon Tyne. Per due anni ha lavorato nel Segretariato della Blue Shield International e UK Blue Shield (di cui ora fa parte come Observer), e ha svolto esperienze di volontariato presso musei, siti culturali e istituti di ricerca come il sito UNESCO World Heritage di Durham e il Maniscalco Heritage at Risk Documentation Centre. Per il suo impegno e forte interesse per la protezione dei beni culturali, Valentina è stata selezionata dall’UNESCO a partecipare come rappresentante giovani all’11th UNESCO Youth Forum tenutosi a Parigi nel Novembre 2019. Da allora, è co-coordinatore del progetto, in fase di sviluppo, UNESCO Global Youth Community.

Diocesi di Tortona – Corso di formazione per volontari diocesani dei Beni Culturali 2021

 

L’Ufficio Beni Culturali diocesano di Tortona ha intrapreso il progetto di volontariato culturale “Chiese Aperte”, esattamente dal 2011, con l’obiettivo di formare dei volontari che fanno sentire “atteso” ogni visitatore che vorrà entrare nei beni ecclesiastici.
Per il coordinamento del progetto si sono affidati alla  Delegazione del Tortonese della nostra Associazione, e nel 2020 il circuito era composto da ventitré “Chiese Aperte”, a cui si aggiungono i due musei diocesani di Tortona e di Rocchetta Ligure.
Come nei corsi precedenti, è stato scelto un periodo da trattare e alcuni edifici che ben rappresentassero dal punto di vista artistico il tema di quest’anno e cioè l’arte Barocca. 

 

 

Il corso di formazione per i volontari inizierà con tre lezioni teoriche on line che si terranno il martedì sera, alle ore 21, nelle giornate del 9 febbraio, 23 febbraio e 2 di marzo.

Durante la prima lezione del 9 febbraio sarà presentato il corso ed interverrà come docente la dott.ssa Grazia Di Natale, Incaricata Diocesana per i Beni Culturali della Diocesi di Genova e recentemente nominata Delegata Regionale per i Beni Culturali e l’Edilizia di Culto della Conferenza Episcopale Ligure, di cui fa parte anche la Diocesi tortonese. Specializzata nello studio dei tessuti, Grazia di Natale tratterà il barocco attraverso i paramenti liturgici che appartengono ad alcune chiese della Diocesi di Tortona. Quello sui paramenti è un argomento poco conosciuto, la lezione ci permetterà di apprezzare alcuni degli esempi più significativi di questa tipologia di manufatto artistico, spesso parte consistente e non visibile del patrimonio delle nostre parrocchie.

La seconda lezione, martedì 23 febbraio, ci porterà virtualmente nell’Oltrepò pavese, più esattamente a Broni e a Portalbera. Ad illustrarci la Basilica di San Pietro di Broni e la parrocchia di Maria Vergine Assunta in Portalbera, luoghi del barocco, sarà la prof.ssa Alda Guarnaschelli, storica dell’arte.

Nella terza lezione, martedì 2 marzo, con la prof.ssa Anna Paola Arisi Rota, storica dell’arte, parleremo del Duomo di Voghera. Tra le diverse fasi costruttive che hanno portato alla realizzazione di quel scenografico edificio, punto focale nella piazza centrale della città, verranno prese in esame l’architettura e le opere d’arte che meglio rappresentano il Barocco in San Lorenzo.

Le lezioni on line saranno aperte non solo ai volontari iscritti al progetto, ma anche a chi volesse solo passare una serata diversa per semplice curiosità e per la voglia di conoscere qualcosa in più sul Barocco in Diocesi di Tortona.

Per chi fosse interessato iscriversi al progetto può contattare l’Ufficio Beni Culturali della Diocesi di Tortona dal lunedì al venerdì mattina dalle 9 alle 12 telefonando al numero 3382638926 oppure inviando una mail a beniculturali@diocesitortona.it.

Per seguire il webinar della lezione del 2 marzo “Arte barocca nel Duomo di Voghera”, è necessario effettuare l’iscrizione al seguente indirizzo:

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Un racconto storico del Molise: pagine di novecento molisano.

Pagine di Novecento molisano nelle tre edizioni sinora edite, rappresenta un progetto scientifico-editoriale che si pone l’obiettivo di ricostruire, con rigore metodologico le vicende, le biografie nonché i contorni sociali, politici ed economici caratterizzanti il processo storico del Molise e, dalla nuova edizione in fase di pubblicazione, anche del Mezzogiorno d’Italia, in epoca contemporanea.

Il coordinamento scientifico del progetto è affidato, sin dalla prima edizione, alle cattedre di Storia Contemporanea dei corsi di laurea di Scienze politiche dell’Università degli Studi del Molise. Il gruppo di ricerca, al suo interno, può vantare la compartecipazione di docenti affermati a livello nazionale ed internazionale, di ricercatori esperti e di promettenti studiosi delle discipline storiche. Tale opzione di interscambio esperienziale e generazionale è favorita ulteriormente dalle differenti aree tematiche, approfondite dalle attività di ricerca condotte da ciascuno dei componenti del gruppo di ricerca.

Proprio l’incastonamento delle peculiarità e delle attitudini di ricerca scientifica degli autori è l’elemento in grado di conferire a Pagine di Novecento Molisano e del Mezzogiorno un indubbio valore specifico all’interno della storiografia contemporanea.

 

 

Per partecipare al webinar è necessario iscriversi al seguente indirizzo:

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La fondazione della SIPBC e il fondatore Gen. Arturo Marcheggiano

In occasione del 25° anniversario della costituzione della Società Italiana per la Protezione dei Beni Culturali, Venerdì 5 febbraio alle ore 21.00 si svolgerà un webinar dal titolo “La fondazione della SIPBC e il fondatore Gen. Arturo Marcheggiano”.

Relatori:

Prof. Angelo Biondi – Vice Presidente nazionale SIPBC

Dott. Massimo Carcione – Membro Comitato scientifico SIPBC – Ricercatore Maniscalco Center

 

 

 

Per poter partecipare al webinar effettuare l’iscrizione al seguente indirizzo:

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