Autore: Rocco Diana

L’archeologia subacquea dalla fase pionieristica della ricerca all’uso della robotica

«Poco prima di Pasqua dell’anno 1900 un gruppo di pescatori greci di spugne, ritornando dalla loro stagione di pesca al largo della costa nordafricana, incapparono in una tempesta e si rifugiarono in una conca riparata, di Anticitera, una piccola isola vicina alla costa meridionale della Grecia. Proprio per passare il tempo, alcuni uomini dell’equipaggio si tuffarono. Quando un po’ più tardi uno riapparve portando a fatica un braccio di bronzo di una statua greca, era nata l’archeologia subacquea». Dalla descrizione accattivante e sintetica effettuata da Lionel Casson nel 1959 (trad., Navi e Marinai dell’Antichità, Milano 1976, p. 188) che annunciava la “nascita” dell’archeologia subacquea la stessa disciplina ha percorso molte miglia, per restare nell’ambito delle metafore marinaresche! Per l’Incontro Culturale in programmazione saranno illustrate le tappe storiche principali legate alle ricerca archeologica subacquea: dalle tecniche pionieristiche applicate per l’indagine dei primi relitti fino al recente utilizzo di strumentazioni e della robotica per le prospezioni e gli scavi in ambiente sommerso.

Relatore Dott. Giacomo Disantarosa:
è ricercatore al Dipartimento di Studi Umanistici dell’Università degli Studi di Bari Aldo Moro. Ha avuto in affidamento gli insegnamenti di Archeologia subacquea alla Scuola Specializzazione in Beni Archeologici e di Archeologia dei paesaggi costieri e subacquei per il Corso di Laurea Magistrale in Archeologia dell’ Università degli Studi di Bari. Responsabile del Laboratorio di Archeologia subacquea presso la sede di Taranto. Attualmente è assegnista di ricerca per il Progetto di Ricerca di Rilevante Interesse Nazionale “Food and S.T.O.N.E.S. Food and Ships, Trade, Objects, Networks, Economy, Society” e si sta occupando della classificazione e studio delle anfore altomedievali e medievali in Adriatico. E’ stato coordinatore e responsabile di diversi Progetti di ricerca e Corsi di Formazione in Archeologia, Archeologia dei paesaggi, Archeologia subacquea svolti in ambito universitario e in collaborazione con la Soprintendenza (MiC).
Ha partecipato come archeologo subacqueo a scavi di relitti, ricognizioni, rilievi e documentazione fotografica di strutture sommerse lungo il litorale e presso le isole di Hyères (Francia), presso l’isola di Ustica (Sicilia), lungo il litorale da Barletta a Vieste (Progetto Archeomar – Ministero dei Beni e delle Attività Culturali) a Porto Palermo, Baia di Valona – Penisola di Karaburun, litorale settentrionale di Durazzo (Progetto Liburna – Albania), presso Torre Santa Sabina, località Camerini (Carovigno –BR), Cala San Giorgio e litorale di Fesca – San Girolamo, Lungomare Imperatore Augusto, Secca del Monte o Monte Rosso, Torre a Mare – Bari, Cala San Giacomo – Molfetta.
Sul litorale ionico della Puglia è direttore scientifico del progetto di studio, ancora in corso, sui reperti archeologici provenienti dalle ricognizioni e dagli scavi subacquei effettuati tra il 1964 e 1968 lungo il litorale tra Taranto e Porto Cesareo da parte dell’équipe di Peter Throckmorton.
Ha pubblicato articoli in riviste, contributi per atti di convegno nazionali e internazionali, relazioni preliminari di scavo, poster per mostre anche in collaborazione con altri componenti dei gruppi di ricerca.

Fase pionieristica della ricerca archeologica subacquea della Marina Militare
La Marina Militare Italiana fin dagli anni cinquanta del secolo scorso ha operato con la Nave Daino e con i propri sommozzatori del COSUMAR, guidati dal Tenente di Vascello Luigi Pancani, sul relitto della nave romana di Albenga, dal 9 al 18 ottobre 1950. La ricognizione subacquea dei sommozzatori della marina militare riesce ad individuare il relitto il 12 ottobre e nei giorni successivi viene utilizzata la sorbona, sistemato il campo (areale) e la quadrettatura per i primi rilievi scientifici della moderna archeologia subacquea. Il giorno 18 ottobre con due immersioni vengono raccolti gli ultimi elementi sul relitto. Tra marzo e maggio del 1959 la nave Daino è stata sottoposto a lavori per essere utilizzata per la ricerca oceanografica e l’archeologia subacquea. Creati spazi per la sistemazione di subacquei e del personale civile degli Istituti di Ricerca. Un locale è stato adattato per il deposito dei reperti recuperati. Dotata di due potenti compressori Junkers e un compressore più piccolo, fornito dal Ministero dell’Istruzione, che serviva per operare un particolare vuoto subacqueo per la Sorbona. Il 5 giugno 1959 è stata firmata una convenzione tra il Ministero della Difesa e della Pubblica Istruzione, con la quale sono stati regolamentati gli interventi. La nave è tornata in servizio, con la nuova sigla A 5308,  ed ha iniziata a giugno 1961 la nuova campagna archeologica in Liguria, ad Albenga, poi Capo Vado e Capo dell’Arma. Il 27 giugno 1961 a Capo dell’Arma del comune di Sanremo (IM) ha effettuato la ricerca di un’ancora romana ed a bordo era presente il Prof. Nino Lamboglia ed i suoi collaboratori. Il prof. Lamboglia con spirito pioneristico ha affrontato in modo scientifico i problemi dell’archeologia subacquea e fondato nel 1957 il Centro Sperimentale di Archeologia Sottomarina di Albenga, facente parte dell’Istituto Internazionale di Studi Liguri. Il 13 e 14 ottobre 1961 dalla nave Daino il dott. Andrea Pittiruti esegue alcune riprese subacquee per conto della RAI. Il 15 ottobre imbarcano sulla nave Daino le Autorità comunali e militari ed i soci dell’Istituto Studi Liguri, ospiti del Prof. Lamboglia, per seguire da vicino le operazioni dei sommozzatori della marina nel recupero del carico del relitto di Albenga ed i tecnici della RAI continuano  le riprese televisive. Il Prof. Lamboglia e il suo assistente scendono con la torretta batiscopica fino alla profondità di 30 metri. Il materiale archeologico recuperato venne sbarcato ad Alassio il 16.10.1961.

Dott. Luigi Leotta: è socio volontario della Società Italiana per la Protezione dei Beni Culturali – Sezione regionale di Puglia “Nino Lavermicocca”. E’ un Ufficiale di Marina del Corpo delle Capitanerie di porto con il grado di  Capitano di Vascello, in servizio presso la Capitaneria di Porto di Bari sede di Direzione Marittima. Laureato in Scienze Statistiche ed Economiche all’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”. Ha insegnato in alcuni istituti di scuola superiore nella provincia di Milano le materie informatica gestionale e matematica. Abilitato in “Diritto Internazionale Marittimo”, avendo frequentato la facoltà di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Roma “TOR VERGATA”. Nel 1995-97 è stato Comandante del Porto e Capo del Circondario Marittimo di Corigliano Calabro. Nel 2005-07 è stato Comandante del Porto e Capo del Compartimento Marittimo di Molfetta. E’ il referente per la Direzione Marittima di Puglia e Basilicata Jonica per la valorizzazione del patrimonio culturale immateriale e etnoantropologico legato alla tradizione marinara italiana in collaborazione con il Ministero della Cultura. Ha pubblicato per i beni culturali alcuni articoli su riviste specialistiche (Notiziario della Guardia Costiera, L’archeologo subacqueo, Il Bene Comune, Pentagrammi, ecc.). Ha curato per la SIPBC di Puglia due corsi di formazione ai militari della Guardia Costiera sul tema “Protezione Beni Culturali Sommersi e Costieri”.

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Protezione dei beni culturali sommersi e attività della Soprintendenza nazionale per il patrimonio culturale subacqueo

 

Sono ormai trascorsi 20 anni dell’adozione della Convenzione UNESCO 2001 per la protezione del patrimonio culturale subacqueo e di recente è stata nominata la Soprintendente Barbara Davidde a dirigere questa importante struttura nazionale con sede a Taranto. Definire il concetto di “patrimonio culturale” vuol dire approcciarsi al vasto panorama di beni, cui viene riconosciuto un valore di grande portata. Valore che si connota in termini di importanza storica, archeologica, artistica, culturale  dei singoli beni. Ma anche storia, tradizioni e identità di popoli, che costituisce testimonianza materiale di civiltà. L’autorevole ente UNESCO lo definisce: “Il Patrimonio rappresenta l’eredità del passato di cui noi oggi beneficiamo e che trasmettiamo alle generazioni future. Il nostro patrimonio, culturale e naturale, è fonte insostituibile di vita e di ispirazione”. Relitti, resti di città sommerse e villaggi preistorici costituiscono tutto quello che possiamo chiamare “patrimonio archeologico sommerso”. I mari italiani custodiscono una quantità incredibile di relitti, siti e strutture sommerse, con antiche navi cariche di anfore, marmi, metalli ma anche intere città con strade, mosaici e terme. Un progetto di censimento (ArcheoMar) voluto dall’allora Ministro dei Beni Culturali permise di identificare oltre 1.000 siti sommersi nelle sole acque di Campania, Puglia, Basilicata e Calabria. Mentre la Soprintendenza del Mare siciliana, l’unica in Italia allora, ha censito negli anni più di 700 siti. L’art. 1 della Convenzione UNESCO 2001  indica il patrimonio culturale subacqueo come tutte le tracce dell’esistenza umana aventi carattere culturale, storico o archeologico che sono state parzialmente o totalmente sott’acqua, periodicamente o continuamente, per almeno 100 anni. E ne fa un elenco: siti, strutture, edifici manufatti e resti umani, insieme al loro contesto archeologico e naturale; navi, aeromobili, altri veicoli o parte ad essi, il loro carico o altri contenuti, insieme al loro contesto archeologico e naturale; oggetti di carattere preistorico. La legislazione sul patrimonio archeologico sommerso e la sua protezione è stata lunga e complessa. Un breve richiamo per inquadrare la situazione. La Convenzione dell’AJA del 29/10/1899 fa riferimento ai beni archeologici, ma non a quelli sommersi, per la tutela inteso come patrimonio dell’umanità (art. 27 e art. 56 tutela dei monumenti storici ed opere d’arte). La Convenzione dell’ AJA del 1907 conferma gli stessi principi. A Washington il 15 aprile 1935 fu firmato “Il Trattato sulla Protezione delle Istituzioni artistiche e scientifiche dei monumenti storici” con lo scopo di istituire un sistema speciale di tutela per i monumenti storici, i musei e le istituzioni scientifiche, artistiche, educative e culturali. Salvaguardare in ogni tempo da pericoli tutti i monumenti inamovibili di proprietà nazionale e privata che costituiscono il tesoro culturale dei popoli. Dopo il II conflitto mondiale fu stipulata la “Convenzione per la protezione dei Beni Culturali in caso di conflitto armato” (AJA, 1954), in cui si sottolinea che “il danneggiamento dei beni culturali, a qualsiasi popolo appartenessero, comportasse un pregiudizio all’intero patrimonio culturale dell’umanità poiché ogni popolo contribuisce alla cultura mondiale e, pertanto, la sua conservazione avesse un’importanza tale da assicurarne la protezione internazionale”. Le quattro Convenzioni di Ginevra adottate nel 1958 erano dedicate esclusivamente al diritto del mare, ciò nonostante, non avevano delle specifiche linee guida riguardo la problematica del patrimonio sommerso. Nel 1969 la “Convenzione europea per la protezione del patrimonio archeologico” riconosce al patrimonio archeologico un valore funzionale alla conoscenza della storia della civiltà. Si sottolinea la responsabilità morale di proteggere questa fonte primaria della storia europea. Solo nel 1982 la “Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare”, importante trattato internazionale, definì diritti e responsabilità degli Stati nell’utilizzo dei mari e degli oceani. Gli articoli 149 e 303 sono finalizzati alla tutela dei beni archeologici sommersi pur presentando, tuttavia, alcuni limiti. Non da parametri di identificazione dell’oggetto da tutelare ed è assente una direttiva che uniformi l’applicazione della tutela stessa. Mentre la “Convenzione UNESCO sulla Protezione del Patrimonio Culturale Subacqueo”, adottata a Parigi il 2 novembre 2001, mira specificatamente alla protezione del patrimonio sommerso, al fine di prevenire il saccheggio o la distruzione dei reperti. Fornisce agli archeologi linee guida pratiche su come trattare il patrimonio culturale sottomarino, con l’Allegato. Cioè le regole relative agli interventi sui beni archeologici sommersi e come predisporre un progetto di ricerca e scavo a mare. È questa la parte operativa della Convenzione che per prima l’Italia, per effetto dell’articolo 94 del Testo Unico sui Beni Culturali (Decreto Legislativo 22 gennaio 2004, n. 42 – cosiddetto Codice Urbani), ha reso esecutiva e applicabile, cioè con l’entrata in vigore delle regole per gli interventi subacquei nella zona contigua (estesa 24 miglia dalla linea di base) o “archeologica” al fine di tutelare e proteggere i beni culturali sommersi. La legge 23 ottobre 2009 n. 157 di ratifica della Convenzione UNESCO 2001 ha stabilito, altresì, che l’Autorità Marittima (Capitaneria di Porto-Guardia Costiera) riceve i progetti per gli interventi sul patrimonio culturale subacqueo situato nelle aree marittime di competenza. Il progetto di ricerca deve essere redatto dal richiedente, che può essere un Centro di ricerca o Università, in base alle prescrizioni dettate dall’Allegato alla Convenzione suddetta, e questi lo consegnano all’Autorità Marittima che a sua volta lo trasmette al Ministero per i beni e le attività culturali e per il turismo al fine del rilascio o eventuale diniego dell’autorizzazione (art. 5 legge 157/2009).  Le Capitanerie di Porto – Guardia costiera  svolgono compiti di vigilanza e controllo ai fini del concorso per la protezione dei beni archeologici subacquei in base alle attribuzioni delineate nel decreto interministeriale 12 luglio 1989, oltre alle nuove attribuzioni della legge 157/2009. Altresì, concorrono, nell’ambito delle attribuzioni di polizia giudiziaria, alla vigilanza ed alla salvaguardia dei reperti archeologici sommersi, ai sensi dell’articolo 137 del decreto legislativo 15 marzo 2010, n.66. I militari della Guardia Costiera, grazie alla Società Italiana per la Protezione dei Beni Culturali di Puglia, hanno seguito due corso di formazione per la tutela del patrimonio culturale sommerso e costiero. Le lezioni dei corsi sono stati tenuti da docenti della SIPBC nella sala multimediale della Capitaneria di Porto di Bari e fatti seguire in video conferenze ai militari delle Guardia Costiera dai loro Uffici marittimi. Alcune lezioni sono state tenute da funzionari della Soprintendenza per l’archeologia, belle Arti e paesaggio, nonché dal responsabile del Nucleo per gli interventi di archeologia subacquea (NIAS) dell’Istituto Superiore per la Conservazione ed il Restauro del MiBACT. Ora con l’istituzione della “Soprintendenza Nazionale del Mare” a Taranto si potrà continuare in questa opera di censimento del patrimonio culturale subacqueo in modo sistematico ed efficace, per la sua tutela, valorizzazione e vigilanza a cui i militari della Guardia Costiera sono chiamati ad operare. Le Capitanerie di porto possono con le ordinanze di polizia porre norme specifiche e per territorio per la tutela di questo ricco patrimonio subacqueo.

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“Matite sbriciolate”: storia degli internati militari italiani – Venerdì 11 giugno 2021 ore 21.00

Si tratta della la storia di un internato militare barese, il capitano Antonio Colaleo, il quale dopo l’8 settembre ’43 venne deportato nei lager nazisti: a Biala Podlaska, in Polonia, e Sandbostel e Wietzendorf, in Germania. Condivise la prigionia con lo scrittore Giovanni Guareschi e l’attore Gianrico Tedeschi e lì, dopo aver nascosto alcune matite colorate sbriciolandole nelle tasche affinché sfuggissero ai controlli, documentò i lager con 34 disegni: immagini delicate e di grande bellezza. La nuora Antonella Bartolo è partita dai quei disegni per ricostruire la storia della prigionia di Antonio Colaleo ripercorrendo il suo viaggio di deportazione, incontrando gli ultimi testimoni, confrontando memorie scritte e fotografiche, ordinando le ricerche degli storici, visitando i luoghi della prigiona dopo settanta anni.
Del libro, che è un racconto ma anche un’ accurata indagine storiografica, si intrecciano passato e presente, fatti e testimonianze. I ricordi del protagonista, riportati dall’Autrice, vengono annodati alle storie dei militari prigionieri e se ne ottiene una nuova trama di grande coinvolgimento emotivo.
Furono 650 mila i militari italiani che dissero No alla Repubblica di Salò per restare fedeli alla loro Patria: per questo furono internati nei lager del terzo Reich e furono da molti dimenticati. Vissero circa due anni di fame e di freddo; morirono di stenti, malattie e violenze. Quasi 50 mila non fecero più ritorno a casa.
Nell’estate del ’45 il rimpatrio; ma dopo l’euforia la delusione. Molti si sentirono abbandonati, accolti dall’indifferenza e dal sospetto di tradimento. Per questa ragione i militari deportati non raccontarono le loro storie, si rinchiusero in un silenzio dignitoso cercando solo di dimenticare.
Antonio Colaleo tornò nella sua Bari ma la città era molto cambiata. Riprese la sua vita di militare dell’Esercito italiano e i suoi disegni restarono chiusi in un cassetto.
La pubblicazione dei 34 disegni è oggi un contributo importante per la conservazione dei documenti e per tenere viva la Memoria dell’internamento militare italiano (Matite sbriciolate, Rubbettino, 18 euro).
Antonella Bartolo, nata a Bari, vive dal 1975 a Chieri, Torino. Laureata in Scienze Politiche all’Università di Torino ha lavorato come free lance in alcune testate giornalistiche piemontesi ed è stata responsabile della comunicazione di un’azienda leader nel settore dell’energia.
Giacomo Vallozza, nato a Loreto Aprutino, vive a Penne, Pescara. Musicista, scrittore, drammaturgo, è direttore artistico del Teatro del Paradosso. Ha partecipato a numerose edizioni di festival teatrali nazionali. E’ autore e protagonista dell’opera No storia di un rifiuto sul ritrovamento casuale del diario del padre Tommaso internato militare.

 

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Forme di ecumenismo nell’arte dei “secoli bui” – Giovedì 3 giugno 2021 ore 18.00

 

Se c’è un luogo fisico in cui le frontiere si incontrano da millenni questo è proprio il Mediterraneo, ‘mare di mezzo’ per gli arabi, Mare Nostrum per la tradizione romana. Oggi parliamo di Mediterraneo allargato, un enorme spazio che dallo stretto di Gibilterra si spinge fino al Golfo Persico e che comprende il nord Africa, il Vicino e Medio Oriente, sino al Sahel.

La tradizione greca, quella latina si sono intrecciate fruttuosamente con quella dell’Antico Oriente, poi con quella ebraica ed islamica, generando radici storico-culturali comuni che hanno continuato a germogliare sino ai nostri giorni.

Le forme di arte e le architetture prodotte in quei secoli che impropriamente definiamo spesso ancora ‘bui’ attestano di una grandiosa vivacità culturale, sociale, religiosa. Ci piace ricordarle in questa sede nella consapevolezza che l’obiettivo della ricerca dovrebbe essere quello di recuperare i contenuti di un concreto dialogo interculturale e non di realizzare una sterile visione di orizzonti.

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VIAGGIO NELLA BULGARIA ARCHEOLOGICA – 18 maggio 2021 ore 21.00

 

 

La Bulgaria è uno dei paesi meno conosciuti d’Europa, spesso sottovalutato in termini turistici e culturali. Al contrario, offre al visitatore interessato uno spettacolare patrimonio naturale e artistico e una serie straordinaria di siti archeologici sparsi in tutto il paese, spesso unici nel loro genere e per questo riconosciuti dall’UNESCO come Patrimonio dell’Umanità.  Si tratta dei siti preistorici tra i più antichi d’Europa; culture neolitiche di altissimo livello che ci hanno dato i primi esempi di oreficeria; la civiltà dei Traci con grandiose tombe a tumulo e splendenti tesori con chili e chili d’oro magnificamente lavorati; impressionanti resti greci e romani, e un patrimonio di chiese paleocristiane e alto medievali tra le più grandi e lussuose del periodo. Sarà un viaggio alla scoperta di un universo sconosciuto e molto più vicino di quanto possiamo immaginare.

Contenuti

  • Introduzione generale.
  • Breve quadro storico fino alla conquista ottomana.
  • La Bulgaria archeologica: siti neolitici e preistorici, tombe tracie e i tumuli reali della Valle dei Re Traci, il Museo Regionale di Kazanlak, la Tomba di Sveštari.
  • I siti Romani in Bulgaria: le zone archeologiche di Sofia, i siti paleocristiani e i magnifici Musei Archeologici, le città di Diocleatianopolis (Hisarja), Nickopolis ad Istrum, Sexaginta Prista (Ruse), Deultum, il tumulo di Pomorie, la meravigliosa città di Plovdiv, con il foro, il teatro romano, lo stadio, le basiliche paleocristiane e il ricchissimo Museo archeologico.
  • Le antiche città greche della costa del Mar Nero: Oseddus (Varna), Mesembria (Nessebar), Apollonia Pontica (Sozopol).
  • I siti archeologici alto medievali e medievali degli Imperi Bulgari: Pliska e il Cavaliere di Madara, Veliki Preslav, Veliko Tărnovo, le chiese rupestri di Ivanovo.

 

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Il ruolo della polizia di stabilità della NATO nella tutela del patrimonio culturale

La tutela del patrimonio culturale oltre a costituire un obbligo imposto, tra le altre, dalla Convenzione dell’Aja del 1954, offre numerose possibilità nelle operazioni di Polizia di Stabilità, ovvero negli interventi di polizia fuori area, anche dell’Alleanza Atlantica. I contributi che lo Stability Policing possono portare al raggiungimento degli obiettivi della campagna militare spesso sono connaturati dall’unicità, non rientrando nelle competenze o nel bagaglio professionale di altre capacità dello strumento militare. Esse vanno dalla raccolta di informazioni di polizia per migliorare la comprensione del ambiente operativo sino all’utilizzo di metodi e mezzi non-letali o non cinetici quali l’arresto ed il sequestro di beni e fondi, dall’identificazione di beni e siti d’interesse culturale per la loro integrazione in liste di obiettivi sensibili e da proteggere agli aspetti di contrasto alla criminalità anche organizzata, al terrorismo ed all’insurrezione. Stability Policing propone alla forza militare una mentalità di polizia, impostata a comprendere e rispondere alle esigenze di sicurezza della popolazione del Teatro Operativo ed alla sua protezione nell’accezione più ampia – quindi comprendendo anche il patrimonio culturale e naturalistico.

 

Stefano Bergonzini
51 anni, nato a Bolzano vive nei pressi di Vicenza, parla 5 lingue, è laureato in scienze dell’amministrazione. Arruolato nell’Arma dei Carabinieri ricopre il grado di: Luogotenente Carica Speciale, è stato per anni vice e poi comandante di stazioni dei Carabinieri ed ha partecipato a 9 missioni di pace e umanitarie in Israele, Bosnia Erzegovina, Kosovo, Iraq, Eritrea ed Etiopia, Libano, Repubblica Democratica del Congo e Liberia ed è stato responsabile alla sicurezza dell’ambasciata d’Italia a Washington. Dal 2014 presta servizio presso il Centro di Eccellenza NATO per la Polizia di Stabilità (NATO SP COE) di Vicenza (ITA) nella Branca Dottrina. Ha frequentato diversi corsi nell’Arma dei Carabinieri, all’ONU, nella NATO, all’OSCE, nell’Unione Europea, allo SWEDINT e all’ISPI ed ha partecipato a numerosi progetti NATO e non, anche in collaborazione con istituti universitari nazionali ed esteri, nel campo della tutela del patrimonio culturale ed ha pubblicato articoli in materia. E’ membro del consiglio scientifico di SOS Archivi.

 

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LA MEMORIA DI CARTA: TUTELARE IL PASSATO…VALORIZZARE IL PRESENTE

 

Nell’habitat multiforme del digitale, che spinge a riflessioni (soprattutto in questo ultimo anno e mezzo a
causa della pandemia da Covid19) sul tema della corretta informazione si ritiene che gli Archivi debbano inserirsi a pieno titolo nel dibattito sull’uso troppo spesso non controllato del web e più in generale del digitale. Gli Archivi se opportunamente valorizzati offrono una reperibilità d’informazione che molto difficilmente il mondo della rete potrebbe sostituire e possono altresì porsi certamente alla base di una corretta divulgazione storico –culturale di un territorio. I materiali conservati negli Archivi (pubblici, privati, diocesani, storici, correnti etc…) rappresenta la memoria collettiva delle attività umane che quel territorio, grazie alle attività umane, ha generato. Carteggi, epistolari, foto e testi civili e sacri sono in grado di rivelarci chi eravamo e di spingerci ad migliorare ciò che siamo. Possiamo certamente sostenere che i materiali d’Archivio sono un’opportunità per far nascere un’opinione pubblica più consapevole della propria identità storica.
Il riordino, la tutela e la valorizzazione dei materiali archivistici non solo, dunque ricostruisce la vita di chi li ha generati, ma permette attraverso la conservazione di sottrarli all’oblio del tempo. Il nostro incontro
propone una panoramica sul concetto di Archivistica dal quale nasce la legislazione che tutela e valorizza i
materiali archivistici, in particolare ci si soffermerà su come tali materiali possano essere tutelati dalle
catastrofi che soprattutto in Italia hanno stimolato diversificate riflessioni sulle metodologie e le tecniche
d’intervento per azioni di recupero e salvaguardia dei materiali d’Archivio. Vedremo come attraverso il caso del recupero degli archivi storico della Provincia di Rieti nel terremoto di Amatrice – Accumoli.

 

SOMMARIO
– Il concetto di archivio e il concetto di documento (cenni)
– Come nasce un archivio e l’organizzazione archivistica in Italia. Come vengono conservati i singoli documenti negli archivi di Stato
– Quali sono gli archivi non statali
– Le tre fasi della vita dell’archivio: differenze dell’archivio corrente, archivio di deposito e archivio storico)
– Concetto di disastro (cenni) e tipologia di disastri che possono danneggiare un archivio; misure di protezione, essere pronti all’emergenza, affrontare l’emergenza
– caso studio: il recupero degli archivi storici della provincia di Rieti nel terremoto di Amatrice e Accumoli nell’agosto del 2016;

 

Dott.sa Maria Rita Bianchetti, Storico, referente PeV e Storia della CRI Comitato di Rieti, responsabile dell’Archivio storico della CRI Comitato di Rieti.

 

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I musei diocesani, scrigni di bellezza e di identità: esperienze e prospettive nell’ambito dell’offerta culturale dei territori – Venerdì 30 aprile 2001 – ore 18.00

“I musei diocesani rappresentano un punto nodale nel più ampio discorso sulla valorizzazione del territorio. Luoghi concepiti per la conservazione di oggetti d’arte, sono diventati negli ultimi decenni il punto di giunzione tra la tutela e la valorizzazione di manufatti artistici, di grande valenza storico-culturale, legati al culto e alla pietà popolare. In uno stesso luogo è possibile ammirare, infatti, oggetti tanto diversi tra loro per datazione e per la loro stessa natura, suscitando l’interesse di un pubblico sempre più eterogeneo. Nella stessa Basilicata, negli ultimi anni, si è assistito alla creazione di diverse importanti strutture espositive, come il Museo diocesano di Tricarico e quello dell’arcidiocesi di Potenza, che offrono ai visitatori la possibilità di ammirare pregevoli opere pittoriche, capolavori di argenteria, sculture lignee e paramenti sacri. Una rete, dunque, quella dei musei diocesani che consente di riconnettere i territori e che si completa con chiese, monasteri e cappelle, in cui osservare tante altre opere d’arte, veri punti privilegiati di osservazione della cultura del territorio.
Il webinar intende offrire anche un momento di confronto di esperienze e di prospettive con altre strutture museali diocesane extra regionali, come quella del Museo diocesano di Tortona, le cui proprie pregevoli opere testimoniano, anche in questo caso, l’origine e la storia dell’identità culturale e sociale di un territorio. Sarà inoltre possibile affrontare il tema del ruolo dei musei diocesani nell’ambito dell’offerta culturale integrata di tutto il territorio regionale lucano, attraverso l’intervento di esperti ed in particolare del direttore dell’Agenzia di Promozione Territoriale della Basilicata, Antonio Nicoletti, e quello della funzione pastorale veicolata dall’esposizione di opere di arte sacra, su cui interverrà il Vescovo Delegato Conferenza Episcopale di Basilicata per i Beni Culturali, Mons. Vincenzo Orofino.”

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Le abbazie cistercensi – Abbazia S. Maria della Sambucina e Abbazia di S. Maria di Rivalta Scrivia

 

 

Introduce: Luigi LEOTTA – SIPBC Sezione regionale Puglia

Itinerari culturali e monasteri di Calabria

 

Relatori:

Flaviano Garritano, Storico e scrittore di Luzzi

Fausto Miotti, Cultore di storia locale

 

Abbazia S. Maria della Sambucina

è un’abbazia situata nella Presila Cosentina, in prossimità della cittadina di Luzzi, in Calabria. Il monastero della Sambucina, secondo l’opinione seguita dagli studiosi,  è stato fondato nel 1087 da una comunità di Benedettini con a capo Sigismondo. Successivamente, nel 1141, fu concessa da Goffredo di Loritello, conte di Catanzaro e cugino del re Ruggero II di Sicilia, ai Cistercensi, i quali la ricostruirono stabilendovi il primo nucleo dell’Ordine nel Regno Normanno. Infatti, lo studioso Pietro de Leo ha dimostrato, così come aveva sostenuto a suo tempo Giuseppe Marchese, che l’abbazia della Sambucina è figlia dell’Abbazia di Clairvaux, fondata nel 1115 da San Bernardo di Chiaravalle (1090-1153). Il declino dell’abbazia fu a seguito di terremoti (del 1184, 1220, 1731 e 1783) e di una frana disastrosa del 1561, ma solo nel 1807, dopo la soppressione dell’ordine Cistercense decretata dal governo di Giuseppe Bonaparte (13.02.1807), la parte conventuale fu messa in vendita dal demanio ed acquistata da privati, mentre la chiesa divenne sede parrocchiale.

 

Abbazia di S. Maria di Rivalta Scriva

Il complesso monumentale di Rivalta Scrivia al quale appartiene l’abbazia è posto nei pressi della città di Tortona, in provincia di Alessandria, sulla riva sinistra del torrente Scrivia. Nel 1151 è attestata per la prima volta la presenza a Rivalta Scrivia di una chiesa dedicata a S. Giovanni.  Sotto la guida dell’abate Ascherio  fu creata una comunità monastica donata dallo stesso fondatore  al potente ordine cistercense. Nel 1180 l’abate Folco dell’abbazia di Lucedio (VC) prese possesso della chiesa di S. Giovanni. Vennero subito avviati i lavori per l’edificazione della nuova abbazia dedicata a S. Maria, ultimata verso la metà del XIII secolo in stile romanico-lombardo. I possedimenti terrieri del monastero si estesero rapidamente e vennero confermati nei diplomi imperiali concessi da Enrico VI nel 1187 e da Federico II nel 1217.  Nel XIV secolo il cenobio rivaltese iniziò un lento declino morale ed economico. L’abbazia fu concessa in commenda  in modo definitivo il 23 dicembre 1478 da papa Sisto IV.  Con bolla del 12 novembre 1538 papa Paolo III unì l’abbazia di Rivalta alla Congregazione  cassinese di S. Giustina, consegnando il monastero ai monaci di S. Nicolò del Boschetto di Genova. Il 30 gennaio 1546 i monaci benedettini vendettero la maggior parte dei terreni del monastero al banchiere genovese Adamo Centurione. L’abbazia divenne chiesa parrocchiale alla metà del XVI secolo e i monaci benedettini abbandonarono il monastero alla fine del XVII secolo, lasciando un  parroco secolare a mantenere la cura delle anime  sempre nominato dall’abate dei S. Nicolò di Genova fino ai primi anni del XIX secolo, quando le leggi napoleoniche soppressero tutti i monasteri piemontesi e liguri.

 

Flaviano Garritano, storico e giornalista, vive a Luzzi. Lavora su tutto il territorio calabrese da circa venti anni con un’agenzia di telecomunicazioni. Dopo aver conseguito il diploma di geometra si è laureato in Economia presso l’Università della Calabria. Da autodidatta ha sviluppato una profonda passione per la storia, soprattutto per quella della nostra terra che non sempre troviamo facilmente sui libri. Ha scritto sul giornale universitario “Ora locale”. Da circa vent’anni scrive sul giornale locale “Il Veltro della Sambucina”. Per un  po’ di tempo ha scritto anche su “Calabria. Noi nel mondo”. Ha pubblicato alcuni articoli sulle riviste “Mediterraneo”, il “Gattopardo” e “Borghi d’Italia”.
Fa parte della Pro Loco di Luzzi “La terra dei Lucij” con cui ha organizzato diverse manifestazioni e convegni sulla storia della Sambucina e diverse manifestazioni tra cui “la rassegna del costume calabrese e delle etnie calabre”. Nel 2018 è stato invitato dall’Archeoclub d’Italia di Cassino a relazionare sulla Sambucina. Sempre nel 2018 è stato invitato dal Comune di Novara di Sicilia a relazionare sull’abbazia cistercense di S. Maria La Noahara. Quale delegato del Comune di Luzzi fa parte del Centro Internazionale di Studi Gioachimiti.
Innumerevoli sono stati i convegni e dibattiti culturali a cui ha partecipato sempre con lo scopo di far conoscere meglio la storia della terra in cui viviamo. Il suo intento è quello di impegnarsi per diffondere la conoscenza della storia dei monaci Cistercensi attraverso la storia dell’Abbazia della Sambucina e di tutte le sue filiazioni sorte nel Regno Normanno.
Nel tempo ha scritto qualche libro attinente sempre la storia del suo paese o della Sambucina e si trovano molte pubblicazioni sul sito web: https://papaianniangelo.wixsite.com/artisti-luzzesi/flaviano-garritano,  articolo uscito in terza pagina su Cassino:
https://www.linchiestaquotidiano.it/news/2019/01/15/la-sambucina-centro-di-irradiazione-cistercense/28437 e pagina di facebook sulla Sambucina: https://www.facebook.com/Sambucina

 

 

Fausto Miotti, Cultore di storia locale, cultore di storia locale, si è laureato in Storia moderna presso l’Università Statale di Milano. E’ componente del Consiglio Direttivo della Società Storica “Pro Iulia Dertona” sodalizio fondato nel 1903. Animatore del Comitato “Amici dell’abbazia di Rivalta Scrivia”, è attivo dal 1996 nella  valorizzazione e nel recupero dell’abbazia cistercense di Rivalta. Svolge attività di ricerca storica e valorizzazione del patrimonio storico artistico in collaborazione con i comuni di Tortona, Alessandria e con l’ufficio beni culturali della Diocesi di Tortona. Ha pubblicato numerosi articoli di storia locale  sulla “Iulia Dertona” e sulla “Rivista di storia arte e archeologia per le provincie di Alessandria ed Asti”.  Nel 2001 in collaborazione con Paola Denegri ha pubblicato L’abbazia di S. Maria di Rivalta Scriva. Storia, arte e restauri. Nel 2003 ha curato la Guida di Tortona e del Tortonese edita dalla Società Storica “Pro Iulia Dertona”.

 

Per seguire il webinar “Le abbazie cistercensi – Abbazia S. Maria della Sambucina e Abbazia di S. Maria di Rivalta Scrivia” è necessario effettuare l’iscrizione al seguente indirizzo:

https://attendee.gotowebinar.com/register/3601402372476411659

 

L’Ordine Benedettino in Sicilia e il Monastero della Badia di Caccamo

 

L’Ordine di San Benedetto (in latino Ordo Sancti Benedicti) è una confederazione che riunisce congregazioni monastiche e monasteri autonomi che perpetuano l’ideale religioso del monachesimo benedettino in conformità con la regola e lo spirito di san Benedetto i monaci benedettini pospongono al loro nome la sigla O.S.B.
Le origini del monachesimo benedettino risalgono alla fondazione, intorno al 529 , del cenobio di Montecassino a opera di san Benedetto da Norcia.
La regola redatta da Benedetto per la sua comunità si diffuse rapidamente anche grazie al sostegno di papa Gregorio Magno e venne adottata, spesso accanto ad altre, da numerosi monasteri europei: si affermò definitivamente nell’ 817 , quando il capitolare monastico di Aquisgrana, di cui fu ispiratore Benedetto d’Aniane, la impose a tutti i monasteri franco-germanici.
I monasteri benedettini, tutti autonomi, iniziarono a riunirsi in congregazioni nel X Secolo. Nel 1893 papa Leone XXIII ha riunito le congregazioni e i monasteri benedettini in una confederazione sotto la presidenza di un abate primate residente nel monastero di Sant’Anselmo all’Aventino a Roma.
Le prime fonti che ci parlano della presenza dell’Ordine Benedettino in Sicilia risalgono intorno alla prima meta del 500’ D.C. quando San Placido venne inviato in Sicilia , da parte di San. Bendetto, a costruire un monastero, insieme ai monaci Donato e Firmato.
Giunto nell’antica Zancle ( corrispondente all’ odierna MESSINA) fonderà nei resti della vasta necropoli della città un primo cenobio benedettino dedicato a San Giovanni Battista, in nucleo originario dell’attuale chiesa di San Giovanni di Malta.
Di questo primo luogo di culto, edificato intorno al 535, rimane un capitello oggi custodito nel Palazzo della Prefettura. Il 5 Ottobre del 541 questo monastero verrà assalito da pirati vandali che avevano abbracciato l’eresia di Ario e quindi in odio alla Chiesa di Roma uccideranno i circa trenta monaci ed il loro abate San Placido. In questa carneficina verranno uccisi anche i fratelli dell’abate: Flavia, Eutichio e Vittorino.
Le monache del Monastero di Santa Maria della Mensa dell’Ordine Benedettino, che era dislocato fuori dalle mura della città, erano spesso oggetto di violenze e ritorsioni da parte degli Angioini nonché di incursioni barbaresche durante il secolo XVI.
La presenza dell’ordine nella città di Caccamo risale intorno ai primi secoli dell’anno mille, il monastero di monache benedettine ha cambiato all’interno del feudo di Caccamo numerosi sedi, l’ultima nel 1572 il grande Monastero con Chiesa annessa appartenente all’Ordine delle Benedettine sceglieva una ubicazione di privilegio in pieno centro storico avendo: da un lato la Chiesa di San Marco e dall’altro la Chiesa della SS. Annunziata, mentre dal prospetto si guardano sia la Madrice che una parte del Castello Medievale. Chiesa e Badìa formano un unico complesso segnato dalla fine dei lavori con una data 1748 riportata sul portale in pietra che riproduce scolpito l’emblema benedettino.
San Benedetto alla Badìa, di chiaro stampo settecentesco, è di pianta rettangolare con una sola navata senza cupola e l’altare maggiore rappresentava proprio la cappella di un convento femminile per fanciulle di famiglie benestanti tra le quali fu Suor Felicia Enriquez de Cabrera (1580-1615) morta in fama di santità.
Questo tempio, considerato da molti la più bella Chiesa di Caccamo è sicuramente una delle Chiese che viene maggiormente ammirata, è un autentico gioiello di arte barocca, è la tipica settecentesca “chiesa-salotto” armonioso compendio di quasi tutte le forme d’arte: il pavimento maiolicato, gli stucchi di scuola Serpottiana, l’altare in legno rivestito in lamina dorata, la cancellata in ferro battuto a forma di grande ventaglio, i marmi policromi, gli affreschi sulla volta e le tele degli altari laterali. Un monumento da esplorare palmo a palmo ed a tal fine – per nostra esplicita iniziativa – preghiamo i visitatori tutti di entrare a piedi scalzi per il rispetto verso questo Santuario considerato che all’interno è apparsa la Madonna il 29 novembre 1614 nonché per salvaguardare al massimo le piastrelle di ceramica nella speranza che in funzione di ciò le autorità competenti facciano tesoro del nostro appello e tengano in maggiore considerazione questo “gioiello” che tanti altri ci invidiano. Il piano di calpestìo della Chiesa è tutto pavimentato da piastrelle che compongono un eccezionale insieme di inusitate dimensioni: oltre 10.000 mattonelle (cm 18×18) che nel loro insieme rappresentano un: “unico esemplare dell’artigianato siciliano”.
Le maioliche, che decorano non solo il pavimento della Chiesa ma anche quello dell’abside, riproducono simboliche raffigurazioni di uccelli svolazzanti, grandi festoni di verde fogliame cosparso di fiori e frutta, paesaggi agresti, tramonti e panorami, animali e figure in un movimentato ritmo includendo grandi riquadri ove campeggiano paesaggi nonché mitiche e seminude figure in un motivo ornamentale vario e di magnifico effetto con originali disegni a colori vivaci a conferma delle più rinomate ceramiche siciliane come il bleu turchino, il giallo, il verde e l’azzurro.
Questa pregevole opera, il cui insieme è suddiviso in sezioni collegate tra loro da motivi ornamentali diversi quali: figure di angeli variamente atteggiati, intrecci e trofei, sarebbe stata attribuita a Nicolò Sarzana: “mattonaro di Palermo” (1700-1786).
Nell’ampio riquadro centrale (interamente riprodotto nella quarta di copertina) è raffigurata la tempesta: una scena che farebbe pensare all’arca di Noè che, dopo il diluvio, naviga verso un mondo che si rigenera. La grande nave a vela, sbattuta dalle onde fra gli scogli, tiene le persone che guardano dalla riva in grande apprensione. Pure un branco di cerbiatti rimane attonito. Gli alberi sono mossi ed inclinati dal vento, mentre su un fianco una torre domina l’intero paesaggio.
La scritta che troviamo sulla parte superiore del grande riquadro spiega il significato della rappresentazione allegorica: “CONCUTITUR NON OBRUITUR” cioè: verrà scossa ma non sarà sommersa. Pare che l’Autore abbia voluto fare espresso riferimento alla Chiesa cattolica nel senso che anche se vacillerà nei secoli, non sarà mai travolta dalle forze del male.
Per le monache di clausura questa allegorìa poteva avere un significato ancora più profondo nel senso che le stesse erano costrette a sostenere intimi travagli per far trionfare la loro fede.
Alla sommità del riquadro in prossimità dell’entrata troviamo invece un’altra scritta “ABSORBET NE ABSORBEANT” mentre nel riquadro riprodotto all’interno dell’abside, dentro un nastro ripiegato, leggiamo “FELICITATIS OMEN”: un messaggio teologico ovvero “augurio di felicità”.
Una decorazione così complessa dà senz’altro la misura delle eccezionali capacità realizzative dei “maiolicari” palermitani che certamente si saranno avvalsi dell’opera di valenti architetti progettisti.
Ma chi è l’autore di questo inestimabile “unicum artigianale siciliano”?
Nella prima metà del ‘700 fu attiva in Palermo una officina che probabilmente dovette fornire i mattoni per la Parrocchia di S.Antonio Abate. Fu questa l’officina di Don Nicolò Sarzana che nel 1751 fornì un grande pavimento di maiolica artistica alla Parrocchia della SS. Annunziata di Caccamo. Ciò risulta da documenti inediti attestanti che la Compagnia della SS. Annunziata, durante il governo dell’arciprete Sac. Filippo Gallegra, allorché decise di abbellire la Chiesa, invitò a Caccamo il Sarzana. Il 16 ottobre 1751 in Caccamo, presso il notaio Martino Cecala, venne stipulato il contratto che Don Nicolò Sarzana “mattonaro di Palermo” si impegnava a consegnare dal mese di maggio a quello di luglio 1752 i mattoni occorrenti per la Chiesa. A quell’epoca il Sarzana contava 50 anni allorquando s’impegnò di eseguire il pavimento della Chiesa della SS. Annunziata e pare che con la collaborazione del figlio Carlo si sia approntata in loco una officina in considerazione del rilevante numero di mattonelle (ben 25.000) che richiese la seconda parte del lavoro. Il Sarzana – indicato con il prefisso DON segno di riguardo in Sicilia – dovette essere un artista conosciuto ed apprezzato ed in attività fin dalla fine del primo quarto del secolo XVIII.
Finora è stata una ipotesi o in mancanza di altre attendibili notizie si è supposto che autore del pavimento della Chiesa di San Benedetto alla Badìa fosse stato il Sarzana su commissione datagli dalla Badessa Gallegra rimasta entusiasta dell’opera eseguita per l’Annunziata.
Noi invece siamo dell’avviso che il pavimento maiolicato di San Benedetto alla Badìa è opera di molto anteriore all’attività del Sarzana a Caccamo perché a quell’epoca il pavimento risultava esistente. Tra l’altro la sepoltura delle monache: posta al centro costituisce punto di convergenza della fastosa pavimentazione che per la bellezza del decoro e soprattutto per la grandezza è posta tra gli esempi più importanti dell’arte ceramica siciliana. E proprio la scritta della chiusura tombale scolpita su pietra fa capire che nel 1701 tale sepoltura fu concessa anche alle monache oblate che venivano associate nello stesso tumolo e decorate con la stessa corona evidente allusione al ricco pavimento maiolicato che corona all’intorno la sepoltura.
“Moniales oblatas – S – P – benedicti civitatis caccabi vita functas – mors non separat: sed hoc uno sociat in tumulo unaque condecorat corona 1701”.
“La morte non separa le monache del Monastero del Santo Padre Benedetto della città di Caccamo una volta abbandonata la vita, ma le associa in questo unico sepolcro e le decora insieme con una corona”.
Ne consegue che il pavimento di San Benedetto è anteriore al 1701 pertanto ne deduciamo che non dovrebbe essere attribuito a Don Nicolò Sarzana che proprio in quell’anno nasceva.
Gli stucchi di scuola Serpottiana raffigurano in questa Chiesa: la Castità e l’Obbedienza, le principali virtù monastiche delle benedettine che sono rappresentate da due eleganti damine del settecento vestite all’ultima moda con corsetti attillati e scarpine a tacco alto; la prima avvolta in un mantello, si appoggia con un senso di pudore ad una colonna, mentre l’altra tiene con la mano destra una lunga croce e stringe con la sinistra il giogo simbolo della dedizione.
Nella lunetta del cornicione dell’abside dell’altare maggiore è da ammirare anche la “Cena di Emmaus”. Gli stucchi, per quanto si possa essere tratti in inganno dalla “sirpuzza” con la quale il Serpotta siglava le sue opere, appartengono a Bartolomeo Sanseverino uno dei suoi migliori discepoli che finita l’opera nel 1756 pare che – in segno di devoto omaggio – abbia voluto dedicare la stessa alla scuola ed all’opera serpottiana firmandola con il simbolo usato dal grande Giacomo.
Dai due lati dell’abside si aprono due larghe finestre protette da grate reticolari dietro le quali le suore, dalla stessa posizione del celebrante, potevano seguire le funzioni religiose. Sulla finestra di sinistra una decorazione lignea delimita una cornice, piccolo capolavoro decorativo, attraverso la quale le benedettine ricevevano la Comunione mentre più avanti – attraverso una lastra bucherellata ed incassata nella parete – avveniva la confessione. Un altro sistema attraverso il quale le suore di clausura ricevevano offerte, alimenti, indumenti era la “ruota” in prossimità dell’altare maggiore”.
Il complesso ligneo dello stesso è del secolo XVIII: le sculture e le statuette riprodotte sono rivestite da lamine in oro zecchino; sotto l’ampia arcata centrale è raffigurata l’Assunta, in basso si ammirava la statua di San Benedetto lateralmente al quale si notavano quattro statue di sante benedettine.
L’opera più imponente è costituita da una grandiosa cancellata in ferro battuto che va dalla balaustra del matronèo fino alla volta della Chiesa. L’architrave in legno che sorregge la parte superiore della grata di ferro battuto a forma di ventaglio reca una scritta rivolta alle suore: “ORATE PRO ME”. L’insieme rappresenta un meraviglioso manufatto di inestimabile valore che separa il confine monastico dagli sguardi dei fedeli esterni, un incomparabile diaframma tra il mondo religioso e quello laico e non meno artistiche sono le altre inferriate, a motivi ornamentali diversi, delle finestre che dagli ambienti dell’antico Monastero si affacciavano nella Chiesa.
Su entrambe le pareti laterali della Chiesa si ergono due urne funerarie e perfino in esse troviamo una eccezionale preziosità ed una raffinata eleganza in quanto realizzate con la tecnica dei cosiddetti marmi mischi policromi incorniciati da morbidissimi stucchi che rappresentano dei tendaggi sollevati.
Tutti gli affreschi sono di Antonio Petrigna: il più complesso come composizione è quello che raffigura il trionfo di San Benedetto nel centro della volta centrale ed è datato 1.735.
In questo dipinto l’autore ricorre ad un espediente spettacolare per aumentare l’effetto tridimensionale della pittura: con trovata di gusto tipicamente barocco fa fuoriuscire dalla volta la gamba (dal ginocchio al piede) e la parte terminale della lancia di un soldato dipinto in primo piano, realizzandoli in stucco e poi colorandoli in maniera così perfetta da non riuscire a distinguere là dove finisce la pittura ed inizia la scultura.
All’interno della Chiesa si conservavano sui quattro altari laterali delle pregevoli opere pittoriche: l’Immacolata Concezione di Vincenzo La Barbera eseguita nel 1613 a spese di suor Cristina Perugia; di fronte la tela della Madonna della Neve con i Santi Stefano e Lorenzo Martiri attribuita ad Antonio Spatafora del secolo XVI attualmente presso la soprintendenza per i beni culturali ed ambientali di Palermo che ne sta’ curando il restauro assieme ad un’altra tela del 1632 attribuita al Quaresma riproducente il Crocifisso con i Santi Benedetto e Scolastica; la quarta pittura del secolo XVII raffigurava l’Estasi di San Benedetto.
Suor Felicia Enriquez de Cabrera nata nel 1580 si fece monaca del Monastero di San Benedetto a 14 anni contro la volontà dei suoi cari che volevano entrasse in un convento più ricco ed insigne; ebbe come maestra suor Benigna Stanfa.
Per 12 anni soffrì di un tumore al palato superiore del quale guarì miracolata a seguito dell’apparizione della Madonna all’interno della sua cella assieme a S. Luigi Gonzaga e S. Vincenzo Ferreri la quale, toccandola delicatamente sulla guancia, la guarisce. Per ricordare il miracolo, da quel momento venne fatta ardere una lampada e molte persone che si sono unte con l’olio della stessa hanno ottenuto tante grazie.
Il miracolo è riprodotto in un quadro del XVII secolo il cui originale, per motivi di sicurezza, si trova all’interno della Chiesa della SS. Annunziata.
La suora muore in odore di santità all’età di 35 anni nel 1615 e viene sepolta al lato destro dell’altare maggiore ma non si trovano più le sue spoglie.
Da un manoscritto si evince che a 30 anni dalla morte il suo corpo venne riesumato e nello stesso momento si notò un intenso profumo di miele, la guancia denotava un solco prodotto dal contatto provocato dalla Madonna nel momento in cui la miracolava ed infine il velo che la copriva anziché essere di colore nero, per come si addiceva alle suore Benedettine, era invece bianco: simbolo di purezza e di candore. Tutto ciò giustifica la profonda devozione verso la Madonna del Dormitorio che si venera in questo Santuario il 29 novembre.
Il patrimonio culturale custodito all’interno del Convento delle Benedettine e raccolto nell’arco dei secoli, andò perso a causa di una legge del 1866 con la quale venivano soppressi gli ordini monastici e chiusi pertanto anche i conventi di Sant’Agostino, San Domenico e San Francesco d’Assisi.

 

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